Home Lettere ai giornali e varie 2011-08-06 Noè, Dracula e Scalfarotto
2011-08-06 Noè, Dracula e Scalfarotto PDF Stampa E-mail
Scritto da Giovanni   
Sabato 06 Agosto 2011 17:18

San Martino in Rio, 6 agosto 2011, Trasfigurazione


Caro Direttore,

La Noè alle Pari opportunità in Emilia? Allora facciamo il Conte Dracula presidente dell’Avis di Bologna”.

La frase di Ivan Scalfarotto, vicepresidente del PD, è una battutaccia da bar, e verrebbe istintivo archiviarla tra le innumerevoli battutacce che ci propinano i politici. Invece va conservata e analizzata, perché è la chiave di lettura autentica per comprendere il siluramento di Silvia Noè in Regione.

Come funziona una “battuta”? La battuta non esprime un concetto. Evoca un concetto, richiamando un sottofondo di pensiero comune tra chi pronuncia la battuta e chi l’ascolta.

Che cosa fa l’Avis di Bologna? Raccoglie sangue. Che cosa fa il conte Dracula? Beve sangue, cioè distrugge l’opera dell’Avis. E quindi non può essere presidente dell’Avis.

Vediamo il parallelo con la Noè.

Cosa prevede lo Statuto della Regione Emilia Romagna? Art. 41 “La legge regionale istituisce, presso l’Assemblea legislativa, la Commissione per le Pari opportunità fra donne e uomini, ne stabilisce la composizione ed i poteri, disciplinando le modalità che ne garantiscano il funzionamento.”

Cosa è stato approvato in Regione il 12 luglio scorso? La “Istituzione della Commissione regionale per la promozione di condizioni di piena parità tra donne e uomini”.

Silvia Noè, donna, nonché firmataria del progetto di legge approvato il 12 luglio 2011, era ovviamente in grado di essere presidente della Commissione e di gestire la promozione della “parità tra donne e uomini”. Invece secondo Ivan Scalfarotto la sua presidenza avrebbe distrutto l’opera della Commissione, come Dracula all’Avis.

La battuta è quindi incomprensibile, a meno che non si immagini il retropensiero di Ivan Scalfarotto, non pronunciato, ma “evocato” dalla battuta: “La Commissione si chiama Pari opportunità tra donne e uomini. Ma noi vogliamo farne la Commissione Pari opportunità per i gay. Rimarrà il titolo rassicurante per il popolino, ma la realtà sarà un’altra cosa. Silvia Noè è inadatta a gestire questa azione pratica, divergente dall’obiettivo enunciato nel titolo”.

Potrebbe essere questo il retropensiero di Scalfarotto. Certamente è il pensiero di Roberta Mori, divenuta ora presidente della Commissione; basta leggere un brano della sua relazione del 12 luglio 2011:

All’art. 1 si sottolinea con forza l’obiettivo costitutivo della commissione, legittimamente ispirato dall’Unione Europea, dalla Carta Costituzionale e dallo Statuto regionale, ovvero ‘la promozione di piena parità tra donne e uomini’. Ciò nella consapevolezza che la vera sfida sarà quella di fare di questa finalità un cuneo, una testa di ponte per ‘la rimozione di ogni forma di disuguaglianza pregiudizievole, nonché di discriminazione diretta o indiretta nei confronti delle persone, come da dettato della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (Nizza, 7 dicembre 2000)’. Nell’art. 21 della Carta sono riprese e precisate le discriminazioni in tema di parità di trattamento, le quali segnano realmente il passo per una effettiva tutela delle posizioni soggettive, allargando il ventaglio del divieto di discriminazione non solo per motivi classicamente previsti (sesso, razza, religione, etnia), ma anche per motivi diversi quali le convinzioni personali, handicap, età, tendenze sessuali ovvero i moderni diritti di cittadinanza.”

Non parla diversamente Liana Barbati, Italia dei Valori: “Volevamo e abbiamo ottenuto che la Commissione si occupi di Diritti civili, di discriminazione di genere, del trattato di Nizza, di Famiglie, di Dico e di Pacs e Testamento biologico” (lettera ai giornali locali). Dov’è che “l’hanno ottenuto”? Non certo nel testo della legge regionale. L’hanno ottenuto nel retropensiero della Mori, non espresso esplicitamente nella legge regionale.

Silvia Noè sarebbe stata ben capace di gestire la parità tra donne e uomini. Era invece incapace di gestire “il cuneo”, “la testa di ponte” evocata dalla Mori e dalla battutaccia di Scalfarotto.

Nella legge regionale si parla 11 volte di donna/donne, 6 volte di uomo/uomini, 5 volte di femmina/femminile. Tre volte appare la parola “genere”. Cosa pensa una persona normale leggendo “genere” e leggendo il titolo “parità tra donne e uomini”? Pensa che “genere” sia una parola più delicata per indicare “entrambi i sessi”. Ma nel retropensiero di Scalfarotto indica invece il “gender”, le 5 o 7 tendenze sessuali evocate dal mondo gay (Scalfarotto è espressione del mondo bancario-gay: ha presieduto “Citigroup Pride”, il gruppo di dipendenti gay, lesbiche, bisessuali e transessuali della più grande azienda di servizi finanziari del mondo).

Silvia Noè è quindi una vittima? No. E’ firmataria del testo della legge regionale. Ha votato a favore (leggo che si è astenuta solo la Lega), pur avendo ascoltato la Mori che relazionava sulla “testa di ponte”. Ha accettato l’ambiguità insita nel testo della legge. Ha accettato la presenza della parola “genere”: o ne ignora il contenuto dirompente (e questa sarebbe una grave carenza culturale) oppure lo conosce e lo accetta (e allora è colpevole come il PD e la sinistra). Silvia Noè è vittima di una situazione della quale anche lei è colpevole.

L’etichetta della legge regionale dice “donne e uomini”, il contenuto nascosto dice “gender”. Se fossimo al supermercato arriverebbero i NAS e sequestrerebbero il prodotto. Purtroppo non esistono i NAS per le leggi regionali.

Un caro saluto.

Giovanni Lazzaretti

 
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