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08 - Replica ad un articolo di Padre Sorge PDF Stampa E-mail
Scritto da Giovanni   
Martedì 04 Marzo 2008 15:13

n.08 – 9 marzo 2006

Un’amica mi aveva inviato un articolo di padre Sorge, accompagnato da questa e-mail

Un aiuto per fare scelte sempre più consapevoli e responsabili (che non significa fare una scelta o l'altra ma sapere perché la si fa e cosa significa farla). Buona giornata a tutti. M.

P.S. per chi non lo sapesse P. Sorge è un gesuita
Ho ripreso in carattere piccolo l’articolo di padre Sorge, intercalandolo coi miei commenti. Parte dei commenti sono tratti direttamente dalla “Dichiarazione di voto”.

Replica a padre Sorge

Cara M.,

qualche giorno fa mi hanno detto che ragiono come un gesuita. Non so se è un insulto o un complimento, ma comunque mi fa sentire a mio agio nel dialogare col gesuita padre Sorge. Ti rimando il testo di padre Sorge con qualche commento inserito; riallego la dichiarazione di voto che dice il mio pensiero in modo più ampio. E approfitto di questa occasione, nella quale abbiamo idee diverse, per dirti la mia stima.

Ciao. Giovanni

“Valutare con sapienza i programmi”

Bartolomeo Sorge S.I.

Direttore di "Aggiornamenti Sociali"

Difetto globale di base: nell’articolo di padre Sorge non compare mai la parola “legge naturale” o “diritto naturale”.

Poiché in Italia siamo già in fase di violazione della legge naturale (divorzio, aborto, fecondazione artificiale, e altre leggi “minori” – minori solo perché poco conosciute), parlare di legge naturale è fondamentale.

Ogni picconata alla legge naturale è un passo avanti di quella “deriva totalitaria della democrazia” descritta da Giovanni Paolo II, anche nel discorso al Parlamento italiano.

Il Messaggio per la Quaresima 2006 di Benedetto XVI contiene una indicazione che cade opportuna alla vigilia delle elezioni politiche.

Dopo aver affermato che la Chiesa ritiene come compito proprio di chiedere ai responsabili del potere politico di “promuovere uno sviluppo basato sul rispetto della dignità di ogni uomo”, il Papa sottolinea che i valori religiosi svolgono un ruolo centrale nella vita dell'uomo, sia perché rispondono ai suoi più intimi interrogativi, sia “quale motivazione etica rispetto alle sue responsabilità personali e sociali”; quindi conclude:

“Sono questi i criteri in base ai quali i cristiani dovranno imparare anche a valutare con sapienza i programmi di chi li governa” (L'Osservatore Romano, 1 febbraio 2006, 5).

“Valutare con sapienza i programmi”. È quanto dobbiamo fare per compiere una scelta illuminata il 9 aprile. “Con sapienza” significa non considerare solo l'uno o l'altro aspetto positivo o negativo di un programma, ma valutare il progetto nel suo insieme.

No, questa è una definizione errata di padre Sorge. “Con sapienza” non significa affatto valutare il progetto nel suo insieme, ma significa discernere le cose di primo livello (riparazione della legge naturale violata), di secondo livello (nuovi danni alla legge naturale), di terzo livello (economia e quant’altro).

La Casa delle Libertà, disponendo di una forte maggioranza, ha potuto fare tutto quello che ha voluto per una intera legislatura. Sappiamo quindi con chiarezza quale modello di società essa perseguirebbe, qualora fosse riconfermata al Governo per altri cinque anni.

Falso. Dipende ovviamente da quale peso otterranno i vari componenti della coalizione, UDC in primis.

Dell'Unione, invece, essendo rimasta all'opposizione, è possibile solo dire - alla luce del suo programma - che il modello a cui mira è alternativo a quello della Casa delle Libertà.

Non è esatto. L’Unione è la versione peggiorata della coalizione che governò dal 1996 al 2001. Possiamo dire “peggiorata” con certezza: nessun cattolico può dire che l’inserimento di Pannella nell’alleanza e il passaggio di Rifondazione dalla situazione di “desistenza” alla piena integrazione siano passi avanti. Quindi anche dell’Unione sappiamo molte cose sul modo di governare.

Proprio per questo, la scelta del 9 aprile non è tra due leader, ma tra due progetti di società: quale Italia vogliamo? Vogliamo un'Italia in cui la democrazia rappresentativa e lo Stato di diritto siano rimpiazzati da una gestione “monarchica” e “carismatica” del potere (come l'hanno definita M. Follini e P. F. Casini), stravolgendo la struttura stessa della Costituzione repubblicana? Vogliamo che il potere giudiziario finisca sotto il controllo del premier, il quale, oltre a disporre del potere legislativo ed esecutivo, condiziona già quello economico e mediatico? Vogliamo che interessi particolari e personali continuino ad avere la precedenza sul bene comune, grazie a condoni e a leggi ad personam? Vogliamo un federalismo competitivo nei confronti dello Stato, come quello imposto dal ricatto leghista, abbandonando al loro destino le Regioni meno favorite, a cominciare dal Sud? Vogliamo un'Italia “euroscettica”, con una politica estera sbilanciata verso gli Stati Uniti?

Qui padre Sorge elenca le cose che non gli sono piaciute nella prassi del governo uscente. Non sto a commentare, molte le condivido. Non commento perché il commento è inutile alla luce dei passaggi successivi.

Non sto nemmeno ad elencare le cose positive fatte dal governo: anche queste non hanno nessuna importanza nella scelta di voto (pare incredibile, ma stavolta è così).

Oppure vogliamo un'Italia a democrazia matura, con un federalismo solidale, in accordo con la Costituzione? Un'Italia in cui il potere politico sia attento alle necessità dei ceti più deboli, che attui la riforma dello Stato sociale senza smantellarlo? Un Governo che metta ordine nei conti pubblici senza nascondere la verità ai cittadini, che dia la precedenza allo sviluppo del Mezzogiorno sulla costruzione di opere faraoniche?

(Venga a vedere le “Vele di Calatrava” a Reggio Emilia. Inutili, oltre che faraoniche.)

Vogliamo un'Italia governata da una classe politica libera da conflitti di interesse, che aiuti il Paese a ricuperare il senso della legalità? Un'Italia impegnata a elaborare una politica estera “europea”, più che “filoamericana”, al servizio della pace e della giustizia nel mondo?

Questo non è ciò che farà l’Unione, ma ciò che padre Sorge si illude che farà l’Unione. Inoltre sta facendo un errore grave, perché confronta il consuntivo del governo passato col le presunte promesse dell’Unione.

E’ come se una ditta dicesse: “L’amministrazione passata ha prodotto dei pessimi bilanci consuntivi, ma la nuova amministrazione ha degli ottimi bilanci preventivi”. I confronti si devono fare tra elementi omogenei.

Questa è la scelta che abbiamo dinanzi: quale Italia vogliamo?

Questa è la scelta che padre Sorge crede di avere davanti, avendo introdotto gravi errori nei passaggi precedenti.

Ecco perché occorre “valutare con sapienza i programmi”, giudicarne cioè 1) i valori, 2) le riforme, 3) la classe politica.

Anche qui il “cioè” è di padre Sorge, ma non è della Chiesa Cattolica. La Chiesa Cattolica, cui padre Sorge appartiene, invita a usare un’altra scaletta. (Valori e legge naturale non sono la stessa cosa.)

Schema minimo delle domande da porsi per poter scegliere “in scienza e coscienza”.

1) Quale coalizione riparerà la legge naturale violata?

2) Quale coalizione non danneggerà ulteriormente la legge naturale?

3) Quale coalizione governerà meglio?

Tre domande gerarchiche, che non possono essere scambiate. La prima è infinitamente più importante della seconda, la seconda infinitamente più importante della terza.

1. I valori

I valori su cui fondare il “progetto Italia” non li dobbiamo inventare. Sono già enunciati nella Costituzione: la dignità del lavoro e il primato della persona umana con i suoi diritti inviolabili: all'uguaglianza, alla libertà, alla partecipazione (artt. 1-4), la famiglia fondata sul matrimonio (art. 29), il diritto dei genitori di istruire ed educare i figli (art. 30), il diritto alla tutela della salute (art. 32), la sussidiarietà responsabile delle autonomie locali nel rispetto dell'unità nazionale (art. 5), la libertà religiosa (artt. 8, 19), il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali (art. 11). Il problema, dunque, non sta tanto nella loro individuazione, quanto piuttosto nella interpretazione diversa che ne danno, da un lato, la Casa delle Libertà in senso neoliberista, dall'altro, l'Unione in senso solidale e riformista. Valutarli “con sapienza”, significa chiedersi quale dei due programmi sia più rispettoso dello spirito della Costituzione, più adeguato a sanare le disuguaglianze tra Nord e Sud, più conforme alla dottrina sociale della Chiesa.

Non è qui il caso di ripetere analisi che abbiamo già fatto molte volte (cfr SORGE B., Quale Italia vogliamo? Un vademecum per i cattolici in politica, Àncora, Milano 2006). Preferiamo piuttosto riflettere su una questione di fondo, che in questa infuocata campagna elettorale è tra le più discusse, da una parte e dall'altra: il riconoscimento giuridico delle coppie di fatto, anche omosessuali.

La gerarchia in proposito è intervenuta ripetutamente, essendo suo compito formare le coscienze e giudicare della coerenza o meno, sul piano morale e religioso, anche delle scelte politiche. Perciò, Benedetto XVI non ha fatto che compiere il suo dovere pastorale ribadendo che “è un grave errore oscurare il valore e le funzioni della famiglia legittima fondata sul matrimonio, attribuendo ad altre forme di unione impropri riconoscimenti giuridici, dei quali non vi è, in realtà, alcuna esigenza sociale” (“Discorso agli Amministratori della Regione Lazio, del Comune e della Provincia di Roma”, in L'Osservatore Romano, 13 gennaio 2006, 5).

Nello stesso tempo, anche i fedeli laici sono tenuti a testimoniare e difendere con la parola e con la vita valori che sono irrinunciabili, tra cui primeggiano, per la loro portata oggettiva, la difesa della vita e la tutela della famiglia fondata sul matrimonio. Tuttavia, pur avendo maturato questa convinzione alla luce della fede, il loro non è un impegno confessionale, ma laico e civile. Infatti, a prescindere dalla fede, nessuna trasformazione culturale o di costume potrà mai eliminare il ruolo essenziale di cellula fondamentale della società, che compete alla famiglia fondata sul matrimonio, essendo questa l'unica forma di “stabile istituzione sovraindividuale” (Corte Costituzionale, sentenza n. 8/1996).

Del resto la nostra Carta Repubblicana riconosce, “laicamente”, solo la famiglia fondata sul matrimonio (art. 29), poiché - spiega la Costituzionale - ha “una dignità superiore, in ragione dei caratteri di stabilità e certezza e della reciprocità e corrispettività di diritti e doveri, che nascono soltanto dal matrimonio” (sentenza n. 310/1989).

Con ciò non si intende penalizzare o demonizzare le coppie di fatto. Anzi, secondo una corretta interpretazione della Costituzione (artt. 2, 3 e 30), pur negando ogni equiparazione con la famiglia fondata sul matrimonio, lo Stato è tenuto a riconoscere e a tutelare anche i diritti civili dei conviventi di fatto (uomo e donna), a cominciare da quelli riguardanti la maternità, l'infanzia e i figli nati fuori del matrimonio.

Non è che lo Stato è tenuto a… Lo Stato tutela già ora tutti questi diritti.

“Per le stesse ragioni - scrivevamo qualche tempo fa - lo Stato dovrà rispettare e tutelare la dignità e i diritti civili delle persone omosessuali, anche quando liberamente decidessero di convivere. È ovvio, però, che le coppie di fatto omosessuali (dove i conviventi sono incapaci di una vera unione "coniugale") non possono essere equiparate né alle coppie di fatto eterosessuali, né - tanto meno - alla famiglia fondata sul matrimonio” (SORGE B., “A proposito di coppie di fatto”, in Popoli, 11/2005, 1).

Purché non facciamo confusione tra “diritti dei singoli anche se omosessuali e conviventi” (giusti) e “diritti della coppia convivente” (inaccettabili senza i doveri; inaccettabili e basta se la coppia è omosessuale).

Le motivazioni non riguardano la fede, ma la sola ragione.

Primo caso: uomo e donna che NON VOGLIONO sposarsi.

- L’introduzione dei PACS concederebbe i diritti matrimoniali a persone che hanno scelto di non assumersi i doveri del matrimonio. Concedere diritti a persone che rifiutano i corrispondenti doveri è una situazione inaccettabile in qualunque società che si dica civile.

- Tutti i diritti che si vogliono includere nei PACS sono già da ora attivabili dalle coppie tramite il diritto volontario (testamento per la trasmissione del patrimonio, locazione della casa in comune, ecc.).

Secondo caso: uomo e donna che NON POSSONO sposarsi per impedimenti.

- Per queste persone i PACS sono inutili: gli impedimenti oggettivi (esempi: partner in attesa di divorzio, minore età di uno dei partner, ecc.) impediscono sia il matrimonio sia il PACS.

Terzo caso: uomo e donna che VORREBBERO sposarsi, ma NON POSSONO per difficoltà varie.

- Normalmente si tratta di difficoltà economiche. In questo modo lo Stato, invece di venire incontro ai bisogni sociali di queste coppie secondo il dettato della Costituzione, offrirebbe loro solo un “piccolo matrimonio” che nulla risolve dal punto di vista economico, ma che semplicemente trascina all’infinito la precarietà del rapporto.

Quarto caso: coppia omosessuale.

- Per queste coppie il PACS costituirebbe un “riconoscimento simbolico” del loro rapporto. Ma il diritto non esiste per fornire riconoscimenti simbolici, bensì per dare risposte pubbliche ad esigenze sociali.

- Il PACS diventerebbe l’anticamera del “matrimonio omosessuale”, a sua volta anticamera dell’adozione di bambini da parte di coppie omosessuali: pratica aberrante, perché i bambini hanno il diritto naturale di avere un padre maschio e una madre femmina. (La sequenza PACS à “matrimonio” omosessuale à adozione agli omosessuali è già prassi aberrante in molti Stati).

Pertanto i cristiani, in quanto cittadini, sul piano “laico” del diritto e nel rispetto delle regole democratiche, lotteranno tenacemente in difesa della famiglia fondata sul matrimonio, ma al tempo stesso sosterranno la tutela dei diritti civili dei conviventi di fatto, senza però confondere o anche solo equiparare tra loro realtà che sono diverse. Questa, del resto, è la posizione assunta dall'Unione quando propone, senza parlare di PACS, “il riconoscimento giuridico di diritti, prerogative e facoltà alle persone che fanno parte delle unioni di fatto” (Per il bene dell'Italia. Programma di Governo 2006-2011, p. 72).

Posto che “diritti, prerogative e facoltà alle persone” in quanto singoli sono già tutte garantite dallo Stato, evidentemente il passaggio riguarda altre cose. Riguarda i PACS, anche se non si vuole pronunciare la parola (se una persona non crede che sia così, basta che osservi la prassi delle regioni governate dall’Unione).

Scorretto poi padre Sorge nel non ricordare il passaggio successivo del programma: “Al fine di definire natura e qualità di un'unione di fatto, non è dirimente il genere dei conviventi né il loro orientamento sessuale.”

LETTERA DI ROMANO PRODI AD ARCIGAY E ARCILESBICA

Cara Polo, caro Lo Giudice, prendo atto con estrema considerazione e serietà della vostra insoddisfazione circa il compromesso raggiunto in sede di redazione del programma su una materia cara a Voi, ma Vi assicuro, non solo a Voi, come quella del riconoscimento giuridico di diritti, prerogative e facoltà alle persone che fanno parte delle unioni di fatto.

Quello che Vi chiedo di riconoscere è comunque la determinazione, mia e di ogni componente della coalizione, la presa d’impegno, a voler percorrere insieme a Voi, e non senza di Voi, il cammino in grado di portare a un riconoscimento pieno ed effettivo di questi diritti. Quello che Vi chiedo è dunque di essere consapevoli che un argomento simile, per essere discusso, per essere sviluppato, approfondito, non ha bisogno di chiasso, non ha bisogno di polemiche, ma del dialogo piano e ponderato, pacato e non urlato, tra persone che hanno a cuore, veramente, il bene dell’Italia. Io so che voi questo avete a cuore, io so che voi avete a cuore la nostra vittoria; costruiamo dunque insieme in queste settimane che ci separano dal voto, le condizioni migliori per vincere, che risiedono essenzialmente nella coesione e nella compattezza della coalizione.

Confidando nella Vostra lungimiranza. Con stima e gratitudine. Con molta amicizia

Romano Prodi - Roma, 1 marzo 2006 - http://www.arcigay.it/show.php?1830

In ogni caso il cristiano difenderà la famiglia fondata sul matrimonio, non solo con gli strumenti che la democrazia gli mette a disposizione, ma anche testimoniandone apertamente il valore con la parola e con la vita e impegnandosi affinché cresca il consenso delle coscienze intorno all'ideale.

Detto questo, occorre ribadire che per valutarlo “con sapienza” un programma va considerato nel suo insieme.

No, c’è una scaletta di priorità non “commerciabili”.

Non si può giudicarne l'accettabilità etica e politica solo in base alla posizione più o meno sufficiente nei confronti dell'uno o dell'altro valore fondamentale; bisogna anche tenere conto che siano rispettati altri principi irrinunciabili: l'osservanza delle regole democratiche, la priorità del bene comune sugli interessi personali o di parte, la tutela dei ceti più deboli, una politica economica che (opponendosi alla deriva del liberismo selvaggio) finalizzi il profitto al lavoro umano e non sacrifichi la solidarietà all'efficientismo e alla competitività. Un programma va considerato nella sua globalità. Le dimissioni dell'on. M. Follini da vicepresidente del Consiglio dei Ministri e da segretario politico dell'UDC confermano il profondo disagio che la coscienza prova quando valuta “con sapienza” un programma nel suo insieme, anche se esso rifiuta i PACS e sostiene formalmente la famiglia.

2. Le riforme

In secondo luogo, per “valutare con sapienza” un programma, occorre esaminare le riforme che esso propone. Anche qui non è il caso di ripetere quanto abbiamo già scritto ripetutamente sulla nostra Rivista. Non si può, però, fare a meno di rilevare che la cultura neoliberista, a cui la Casa delle Libertà ispira il suo programma, si è dimostrata inadatta in cinque anni di Governo a risolvere i gravi problemi del Paese; anzi lo ha precipitato in una grave emergenza democratica. È eloquente che le principali leggi di riforma varate - la Bossi-Fini sulla immigrazione, il “lodo Schifani” sui processi a carico delle più alte cariche dello Stato, la legge Gasparri sul riassetto del sistema radiotelevisivo, la riforma dell'ordinamento giudiziario, fino all'ultima sulla inappellabilità delle sentenze di assoluzione - siano state tutte bocciate, in prima istanza, come anticostituzionali. Per non parlare della riforma della Parte II della Costituzione, che in realtà intacca i fondamenti stessi della democrazia in Italia, alterando l'equilibrio tra i poteri dello Stato; in particolare, come non vedere che, delegando alle Regioni il potere esclusivo di legiferare su scuola, sanità e polizia locale (la cosiddetta devolution), si crea una effettiva disuguaglianza nel godimento di diritti fondamentali e si introduce il germe della lacerazione dell'unità nazionale? Non meno dannosa è la “riforma” elettorale (Legge 21 dicembre 2005, n. 270)

Dannosa per chi? Prima il mio voto valeva il 25%, adesso vale nuovamente il 100%.

che cancella il precedente sistema maggioritario, approvato dalla stragrande maggioranza degli italiani (82,7%) con il referendum del 18 aprile 1993. Al di là dei dubbi di legittimità costituzionale, rimane il fatto eticamente e politicamente deprecabile che le regole fondamentali del confronto democratico siano state cambiate d'imperio da una sola delle parti in gioco con l'evidente intento di mettere in difficoltà l'altra parte, anteponendo il proprio interesse a quello generale. Le dimissioni del sen. Domenico Fisichella da vicepresidente del Senato e da Alleanza Nazionale (che aveva contribuito a fondare) e il suo passaggio all'Unione sono una ulteriore conferma del disagio, già manifestato dall'on. M. Follini, di fronte al medesimo programma che, se valutato “con sapienza” nel suo insieme, risulta difficilmente accettabile.

A questo punto, è corretto aggiungere che, mentre la valutazione del programma della Casa delle Libertà dopo cinque anni di Governo è possibile, lo stesso non si può dire del programma dell'Unione che è stato solo presentato, ma è ancora da attuare. Tuttavia, è facile cogliere nelle indicazioni programmatiche del centro-sinistra l'influsso della cultura politica solidale e popolare, alternativa a quella neoliberista. Basti citare, per esempio, la volontà di istituire una authority

Non ne abbiamo già provate abbastanza di authority?

che impedisca il conflitto di interessi che ha avvelenato la intera XIV Legislatura; il proposito di restituire alla vita politica la rappresentatività e la governabilità gravemente lese e compromesse dall'ultima riforma elettorale; l'impegno di riformare la legge Bossi-Fini sulla immigrazione, di stampo xenofobo, e di concedere agli immigrati il diritto di voto; la scelta di un forte rilancio europeistico e di una politica estera “europea” autonoma. Ma soprattutto – rileva Pietro Ichino – nel programma dell'Unione c'è una materia che avrebbe meritato un primo capitolo a sé stante: “potremmo chiamarla "promozione del senso civico" o "cultura delle regole"”.

Cultura delle regole: tipica della “democrazia totalitaria”. L’unica cultura da promuovere è quella del diritto naturale.

Essa - commenta lo studioso - può costituire quella “rivoluzione culturale”, di cui l'Italia ha assoluto bisogno, dopo che “nel corso della legislatura che si sta chiudendo, il nostro Paese ha fatto dei passi indietro, aggravando la propria condizione di inferiorità nel panorama internazionale” (“Centrosinistra e programma”, in Corriere della Sera, 13 febbraio 2006, 26).

Il Corriere della Sera si è schierato: non mi dilungo a elencare cosa significa il Corriere a livello di potentati economici.

3. La classe politica

Infine, per valutare “con sapienza” i programmi occorre guardare alle qualità morali e professionali della classe politica, cui spetta la principale responsabilità nella realizzazione del progetto. Ora, la incertezza maggiore delle prossime elezioni riguarda appunto la scelta dei candidati. Da un lato, c'è urgente bisogno di un profondo ricambio della classe politica, alla luce anche delle collusioni mai del tutto eliminate (neppure dopo Tangentopoli) tra mondo politico e mondo degli affari.

D'altro lato, però, avendo abolito il voto di preferenza, l'ultima legge elettorale obbliga a votare solo i partiti, ai quali spetta di compilare la lista dei candidati.

Il voto di preferenza non c’era neanche prima: candidato unico di coalizione, liste bloccate per la quota proporzionale. Vado a memoria, controllate anche voi (ma non è essenziale nel discorso).

È un problema che riguarda tutti, sia la destra sia la sinistra. È evidente, infatti, il rischio di ricadere nella partitocrazia, nel clientelismo e nel centralismo democratico, vecchi vizi della Prima Repubblica. Perciò, subito dopo le elezioni, bisognerà riprendere in maniera approfondita il discorso sul rinnovamento della forma-partito, aprendosi alla partecipazione diretta della società civile; in particolare, nel centro-sinistra potrà essere ripresa la prospettiva del partito unico, ma senza forzare i tempi e passando attraverso una fase costituente che faccia maturare il necessario consenso della base.

Nello stesso tempo, occorre che i cattolici riconsiderino seriamente il problema della loro presenza politica. Dopo la fine della DC, essi oggi militano politicamente in schieramenti diversi, ma non hanno ancora sufficientemente chiarito il modo in cui porsi nel contesto secolarizzato, laico e pluralistico della vita politica odierna: come mediare “laicamente” i valori cristiani e gli orientamenti della dottrina sociale della Chiesa, così da renderli comprensibili e accettabili dagli uomini di buona volontà? È necessario trovare una adeguata risposta a questa domanda cruciale, se si vogliono evitare due gravi tentazioni della Chiesa italiana di oggi.

La prima tentazione riguarda i fedeli laici. Stupisce che – nel centro-destra - i cattolici abbiano approvato la legge xenofoba Bossi-Fini sulla immigrazione, abbiano votato la devolution mostrando di condividerne l'impostazione egoistica, non abbiano avuto il coraggio di opporsi alla serie incredibile di leggi ad personam.

Non sto neanche ad analizzare le varie leggi: diamo per scontato che siano leggi pessime, immorali, ad personam, e tutto quello che volete.

Ma la situazione è quasi ridicola: in Italia abbiamo stabilito che la maggioranza parlamentare può autorizzare lo Stato a finanziare l’uccisione dei bambini nel seno materno. Riuscite a pensare una cosa più immorale di questa? Se un parlamento può approvare l’aborto, può approvare qualunque cosa.

Se una forza politica contesta le leggi di Berlusconi, cioè crede che ci sia una morale che sta al di sopra di quelle leggi, deve da subito e a maggior ragione chiedere l’abrogazione totale della legge 194. Altrimenti siamo in presenza di un’etica “fai da te”, dove è immorale solo ciò che viene fatto dall’avversario politico.

D'altra parte, stupisce che – nel centro-sinistra - i cattolici siano pavidi ed esitanti in tema di tutela della vita, di salvaguardia della famiglia, di libertà religiosa, lasciando il campo all'iniziativa rumorosa e alle pretese inaccettabili di gruppi minoritari della sinistra estrema e radicale.

Ecco, con questo “bilanciamento” destra - sinistra padre Sorge ha eluso le domande chiave.

Dopo aver precisato che le elezioni sono una scelta “probabilistica” (in politica non c’è certezza assoluta), occorre chiedersi:

Domanda n.1: quale delle due coalizioni metterà mano a riparare la legge naturale violata?

Risposta facile: per quanto uno possa essere ottimista, nessuna delle due coalizioni farà una retromarcia, anche parziale, sui temi del divorzio, dell’aborto e altro. Nessuna rabbercerà la legge naturale violata.

Domanda n.2: quale delle due coalizioni non farà ulteriori danni alla legge naturale?

Per entrare più in dettaglio:

- quale delle due coalizioni è più probabile che NON approvi i PACS ?

- quale delle due coalizioni è più probabile che NON approvi il divorzio breve?

- quale delle due coalizioni è più probabile che NON introduca la pillola RU486?

- quale delle due coalizioni è più probabile che NON trasformi l’aborto in un diritto?

- quale delle due coalizioni è più probabile che NON approvi il matrimonio omosessuale?

- quale delle due coalizioni è più probabile che NON peggiori la legge 40 sulla fecondazione artificiale?

- quale delle due coalizioni è più probabile che NON proponga leggi sull’eutanasia?

- quale delle due coalizioni è più probabile che NON liberalizzi alcune droghe?

Vedete voi. Per me non ci sono dubbi che le probabilità di tutti questi “NON” (ognuno dei quali è un SI alla legge naturale) siano tutte a favore del centro - destra.

A questo punto la

Domanda n.3: quale delle due coalizioni governerà meglio?

diventa del tutto inutile. Le tre domande poste sono gerarchiche, non possono essere scambiate.

Non c’è governo peggiore di quello che fa danni alla legge naturale. Ogni picconata alla legge naturale è un passo avanti di quella “deriva totalitaria della democrazia” descritta da Giovanni Paolo II.

La seconda tentazione riguarda invece la gerarchia. Di fronte alle contraddizioni e alla timidezza dei cattolici impegnati sui due fronti, da un lato c'è il rischio che i vescovi suppliscano direttamente alla mancanza d'iniziativa dei fedeli laici, fino al punto di suggerire scelte politiche concrete - ma non è questa la loro missione -, con la conseguenza che rinascano vecchie forme di anticlericalismo o si rialzino storici steccati; d'altro lato c'è il rischio che, per apparire equidistanti dagli opposti schieramenti, i vescovi evitino di esprimersi sulla maggiore o minore coerenza dei programmi con la dottrina sociale della Chiesa, mentre rientra nella loro missione indicare le regole fondamentali della convivenza civile e giudicare sul piano etico la “cultura” a cui si ispirano i diversi programmi. Così ne soffre la profezia della Chiesa e si inducono i fedeli a ritenere erroneamente che la scelta dell'uno o dell'altro programma politico sia del tutto indifferente.

Concludendo, auspichiamo che il Convegno ecclesiale nazionale di ottobre a Verona offra l'occasione propizia per affrontare “con sapienza” e con parresia evangelica il discorso sul rinnovamento della presenza politica dei cristiani, oggi chiamati a una scelta decisiva: quale Italia vogliamo?

Vogliamo l’Italia della legge naturale.

 

Giovanni Lazzaretti

Ultimo aggiornamento Domenica 09 Marzo 2008 17:47
 
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